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la mediazione linguistica e il mediatore linguistico-culturale: non solo parole

Dalla mediazione al mediatore: non solo parole

,“Comunicare è come trasportare: la lingua è il veicolo e la cultura è il semaforo” 

Jiang (2000: 329)

Mediare: una definizione 

Sentiamo parlare spesso di mediazione civile, penale, familiare, sociale, internazionale… è invece meno comune sentir nominare  la mediazione linguistico-culturale e, di conseguenza, il mediatore linguistico-culturale.

Molto spesso i non addetti ai lavori non sanno in cosa consista, o la legano soltanto all’idea di mediazione puramente linguistica. In realtà, è un campo molto più ampio di quello che si possa immaginare! Comprende infatti  numerose ramificazioni al suo interno, pur mantenendo gli stessi principi di base, indipendentemente dagli ambiti di applicazione.

Mediare, generalmente, significa infatti agire da intermediario in un conflitto tra due parti per contribuire a raggiungere un accordo. Una mediazione di questo tipo si verifica spesso, ad esempio, in controversie politiche e industriali. 

Il mediatore: un ponte tra culture diverse

In ambito linguistico, invece, per mediazione si intende l’attività con cui si favorisce la comunicazione e comprensione tra due o più individui fra cui si interpone un gap linguistico-culturale che rende difficoltoso il dialogo. Il mediatore linguistico-culturale si pone quindi come figura “ponte” fra le due parti, favorendo la rimozione di barriere culturali e linguistiche, promuovendo nel territorio in cui operano una cultura di accoglienza e integrazione socio-economica. L’intervento della figura professionale del mediatore linguistico culturale si sostanzia in un’attività di traduzione linguistica scritta e/o orale, di intermediazione e di consulenza culturale. 

La mediazione come punto di incontro 

La mediazione linguistica gioca un ruolo chiave in tutte le situazioni in cui esiste una divergenza tra le parti o in cui è problematico intraprendere un dialogo fluido. In questi contesti, il mediatore è chiamato a guidare le parti nella ricerca di soluzioni reciprocamente condivise e ottimali per entrambe. La difficoltà di comunicazione può derivare, ad esempio, da differenze linguistiche o terminologiche, scarsa familiarità con determinati concetti o processi, differenze culturali. 

Queste sono situazioni con cui si trovano a che fare i migranti che arrivano o si stabiliscono in un nuovo paese ospitante. La mediazione è quindi molto importante per loro e per chiunque sia nuovo in un paese, nella sua lingua e nella sua cultura.

Molto spesso la mediazione avviene, infatti, in situazioni in cui vi è una disparità di potere tra le parti che devono comunicare. Una parte sarà in posizione di fragilità rispetto all’altra poiché si troverà a dover affrontare una situazione, a volte scomoda, in una lingua che non è la propria. Per questo, il mediatore deve avere una particolare preparazione e sensibilità rispetto alla cultura di appartenenza dell’altra persona; molto spesso egli proviene infatti da un mondo molto diverso rispetto a quello in cui è accolto. Poiché al mediatore linguistico-culturale è evidentemente richiesta anche un’approfondita conoscenza della cultura delle parti coinvolte nell’incontro mediatico, spesso il mediatore linguistico-culturale condivide la stessa cultura d’origine del migrante.

La figura del mediatore linguistico-culturale è fondamentale non solo in ambito sociale, ma in moltissimi settori: ospedaliero, scolastico, aziendale, giuridico, istituzionale, turistico, gastronomico, congressuale, editoriale, umanitario. Proprio per questo la figura dell’interprete e quella del mediatore linguistico-culturale talvolta coincidono.

Tradurre non solo parole 

In realtà, se scendiamo più a fondo nell’etimologia della parola, scopriamo che la mediazione culturale è già insita in qualsiasi tipo di traduzione. «Tradurre», dal latino traducěre, «trasportare, trasferire» (comp. di trans «oltre» e ducĕre «portare») è il verbo dell’incontro, dell’accoglienza e quindi anche della mediazione. “Trasportare” una persona da una lingua all’altra, da un cultura all’altra, da un mondo all’altro, con l’aiuto dell’arma più potente che ci sia: la parola. Ogni tipo di traduzione è quindi una mediazione. 

La traduzione giuridica ad esempio è “una mediazione tra lingue e sistemi di diritto”; in questo caso, il traduttore deve far conciliare sistemi giuridici ed elementi linguistici diversi da Paese a Paese, non solo da lingua a lingua. 

Tradurre culturalmente 

A differenza di quanto si possa pensare, quando si intraprende la traduzione di un testo molto spesso non è la componente linguistica a porre i maggiori problemi, bensì quella culturale. Tutti i tipi di testo, letterari e audiovisivi, pubblicitari o turistici, sono pieni di elementi che fanno riferimento alla cultura di partenza, propria dell’autore. La traduzione di questi elementi non è per niente scontata, tanto più quando le lingue coinvolte non presentano solo una distanza formale (come nel caso di inglese e italiano), ma anche culturale (come per l’italiano e le lingue orientali).

Il traduttore si trova di fronte a varie possibilità, che possono essere raggruppate in due principali atteggiamenti: una resa orientata al testo di partenza, detta straniamento, e un’altra orientata al pubblico d’arrivo, detta domesticazione. Spesso non esistono parole perfettamente equivalenti, ma il traduttore è obbligato a trovare una giusta mediazione. Ad esempio, il termine “frittata” reso con tortilla nella versione spagnola di “La vita è bella”.

Insomma, un traduttore, deve effettuare una mediazione tra la lingua di partenza e quella di arrivo in ogni scelta traduttiva.

Per questo, per essere un buon traduttore, è necessario avere una certa dose di sensibilità, di coraggio, di apertura all’altro, di curiosità e di accoglienza delle diversità. Tutto ciò unisce chi si occupa di queste due discipline, così diverse e così simili allo stesso tempo.

In Sintesi

Spero che questa breve riflessione su uno dei tantissimi aspetti della pratica traduttiva ti possa far riflettere sul tipo di lavoro che si cela dietro ogni traduzione. Tradurre significa andare al di là della grammatica di una lingua; è un processo mentale che implica ragionamenti profondi e veloci allo stesso tempo, pazienza e intuitività, la conoscenza della cultura della lingua da cui si traduce, oltre che la quasi maniacale attenzione ai dettagli durante la stesura del testo o la formulazione del discorso nella lingua d’arrivo. Il mediatore, come anche il traduttore e l’interprete, deve concentrare in sé molte qualità che non possono essere proprie di una macchina; è il filo conduttore tra mondi che nominano le cose diversamente, è un negoziatore tra le differenze, il garante dell’ospitalità di lingue e culture.